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lunedì 17 ottobre 2011

Presentazione di Le Nebbie del Passato

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Locandina invito AndreaNon prendete impegni: Giovedì 10 novembre, il pomeriggio dalle 16.00 in poi siete tutti invitati alla Biblioteca di Grottaferrata per la presentazione del libro di Andrea Marchetti: “Le nebbie del passato”.

Per i nuovi lettori o i pochi lettori del blog che si fossero perso recensione e capitolo di assaggio, potrà trovarlo qui.

Visto che l’evento avrà termine verso le 20.00 siete pregati di postare il nome di qualche buon ristorante in zona, in modo che i non abitanti dei castelli possano organizzarsi la serata.

retro invito 2

martedì 2 agosto 2011

Le Nebbie del Passato

Altra recensione di Le Nebbie del Passato di Andrea Marchetti, di cui noi abbiamo già parlato tempo fa, questa l’ho presa dal sito di RomaToday, mi fa molto piacere che il libro cominci a girare, complimenti ad Andrea ed al suo “ufficio stampa”.

“Le nebbie del passato” di Andrea Marchetti nelle librerie dei Castelli Romani

E' uscito in questi giorni in libreria “Le Nebbie del Passato”, il primo romanzo di Andrea Marchetti, uno scrittore originario dei Castelli Romani. Il titolo è esemplificativo della storia narrata, degli ambienti descritti e dei personaggi che caratterizzeranno questo libro ricco di suspense e di magia. Il filo rosso che lega la tram raccontata dall’autore è costituito dalla figura del protagonista, il Maresciallo Leonardi, “un figlio del popolo” come ama definirlo Marchetti, che trascorrerà la sua esistenza a fare i conti con un passato imbarazzante. Il passato di quella Seconda Guerra Mondiale che aveva distrutto gli ideali di almeno una generazione, che si riflette nel successivo dopoguerra, in quelle ferite morali e materiali che il Maresciallo Leonardi vede ancora aperte nella fase di ricostruzione che vive.

LA TRAMA:

La vicenda si svolge tra le pietre di un paese antico, Montebello, un piccolo spazio fisico che, come i tanti piccoli paesi e borghi italiani somigliano al Paradiso Terrestre, collegato ai grandi centri e alla civiltà da un’unica strada provinciale. L’apparenza di un mondo tranquillo e la ritrovata vivacità di una comunità uscita distrutta dalla guerra, come avvenuto per tutta l’Italia, viene però squarciata dalle inquietudini del Maresciallo Leonardi, per un passato che non comprende e che sempre con più forza ruberà la sua anima per tutta la vita.

Sente, infatti, che oltre a questa apparente serenità, le nebbie che calano spesso sul paese simboleggiano quelle di un passato ancora tutto da indagare ed esplorare. Il rincorrersi delle giornate del Maresciallo Leonardi per fare luce sulle verità che la sua coscienza aspetta da tempo, scandiscono in un costante crescendo la sua ansia e la sua brama di arrivare alla conoscenza. “Le Nebbie del Passato” sono un noir, che indaga attraverso il suo protagonista sul ‘senso del peccato’, quasi a dare un significato profondo al ‘senso della vita’, all’andare oltre le apparenza del quotidiano, per scardinare pregiudizi e arrivare a capire, attraverso l’introspezione, che in fondo, molto spesso, dietro le storie degli uomini si celano arcani misteri che nessuno ha il coraggio di sfidare.

L’AUTORE:

Andrea Marchetti, nasce a Marino il 27 febbraio 1966. Attualmente vive e lavora a Grottaferrata. La sua passione per la letteratura, in particolare per i gialli classici d’autore, Simenon in testa, lo hanno spinto a dare alle stampe la sua prima opera: “Le Nebbie del Passato”. Diplomato al liceo scientifico, con qualche esame all’università di Lettere e Filosofia, Marchetti è un appassionato di storia, soprattutto del periodo che va tra le due Guerre Mondiali. Ama le poesie di Prevért, nel loro rincorrersi di luci ed ombre della quotidianità, di semplici frasi rubate dall’alfabeto di tutti, rese immortali perché folgoranti nel dare risalto alle contraddizioni del presente. Adora viaggiare per i piccoli borghi del centro Italia, pieni di costumi e di usanze, che a detta dell’autore «stanno via via scomparendo, e con esse una parte importante della nostra storia nazionale, delle nostre tradizioni popolari».

sabato 7 maggio 2011

Le Nebbie del Passato – quarta parte

Quarta ed ultima parte del 19 capitolo de “le Nebbie del Passato”, spero tanto che vi sia piaciuto come è piaciuto a me.

Andrea

Scusate l’ardita similitudine, ma adesso vorrei, sempre se è

lecito… Vede come sono disponibile verso voi tutti, anche

se il ruolo che occupo mi consiglierebbe un altro tipo d’interrogatorio…

Dicevo… ah, si… vorrei ascoltare la sua versione

dei fatti o, come preferisce, conoscere il suo alibi per

quella sera”. Si era nuovamente rivolto all’appuntato, un

uomo che aveva bisogno di continue premure. “Riccoboni,

ci sei? Mi raccomando! Adesso puoi trascrivere la deposizione

del dottor Montini”. Il politico, superato il timore che

si prova prima di parlare in circostanze in cui non ci sentiamo

a nostro agio, tentava, nel limite del possibile, di mantenersi

distaccato, ma era un fatica che gli sarebbe costata cara

a lungo andare. “Era una giornata fredda e nebbiosa, siamo

partiti…”, aveva preso a raccontare. “Chi eravate, dottor

Montini”, lo interruppe bruscamente il militare. “Stavo insieme

al notaio Ricarolis…”. L’illustre notabile lo guardava

infastidito, mentre il sindaco continuava a parlare noncurante:

“ Ed al conte Alfredo con i suoi servitori degli alloggi e i

battitori di caccia…”. Non era il racconto ascoltato la sera

della festa al castello? Ma, adesso, si aggiungeva il valore

della parola scritta: verba volant scripta manent.

“Mi scusi, un attimo”, lo interruppe nuovamente, “dottor

Montini! Conferma, notaio Ricarolis? Se ha qualcosa d’aggiungere,

saremo ben lieti d’ascoltarla…”. Il notaio, nella

postura che aveva assunto la sua seduta, non sembrava turbato

per la piega che stava prendendo quel mal celato interrogatorio.

“Sì, eravamo insieme, ma non capisco?”. “Tutto a

suo tempo, tutto a suo tempo, notaio Ricarolis”, lo incalzò il

militare. E poi, rivolto al nobile: “E lei, conte Alfredo, si trovava

con i nostri illustri ospiti?”. Il dottor Diotallevi, colto

nel vivo, dai nervi gli rispose: “Perché si ostina ad interrogare

il conte? Cosa spera di ricavare? Il conte era impegnato…”.

Ma il maresciallo ancor più risoluto del sovrintendente,

sovrastandolo nel tono della voce, aveva riproposto la

domanda al nobile: “C’era anche lei, signor conte?”. Il titolato

si era ripreso da un temporaneo assopimento: “Oh… oh…

mi scusi…”, si massaggiò le tempie, cercando di rianimarsi.

“Oh, maresciallo, la testa… I pensieri mi conducono altrove…”.

Che noia doveva essere per il signore di Montebello

quel pedante ripetere la versione dei fatti! Il graduato fu colpito

dai modi, a dir poco singolari, del nobile, d’altra parte

non poteva essere altrimenti - per il maresciallo Leonardi

era come l’attrazione che da bambino si prova per l’esotico,

per il misterioso o l’imponderabile – e fu anche la ragione

per la quale si era rivolto in maniera indulgente verso di lui.

“Vorrei sapere di quel giorno in cui è stato trovato impiccato

il compagno Olmo. Cosa è successo, conte Alfredo, se ha

un ricordo in particolare?”. “Per così poco, maresciallo?”,

prese la parola il nobile. Il dottor Diotallevi, sconfitto, si era

fatto da parte. “Una battuta di caccia non tanto fortunata…”.

“Perché, signor conte?”. “I nostri segugi, cani allevati nell’arte

venatoria, quel giorno si comportavamo come se

temessero a dare del loro meglio e quando la giornata non

nasce nel miglior auspicio, noi cacciatori, che crediamo

nella superstizione, cerchiamo di non forzare il corso degli

eventi. Disposti ad accettare ciò che Dio e il suo meraviglioso

involucro, che è la terra, ci hanno donato”. Era il modo

di vedere le cose dall’alto della tradizione immutabile dei

secoli. “In parole povere…”, ma che parole blasfeme usava

il maresciallo? “Non avete cacciato quel giorno?”. “Se si

esprime in questi termini, direi proprio di no, maresciallo e

può capitare…”. “Conte Alfredo, scusi se la importuno

ancora una volta, vorrei…”. Il titolato si era messo a contemplare

la volta celeste, attraverso la piccola finestra con

balconcino che si trovava al primo piano del Comando.

“Guardi in lontananza lo stormo d’uccelli”, il nobile aveva

continuato a parlare seguendo il corso dei suoi pensieri,

”non le sembra meraviglioso l’universo? Potrei trascorrere

ore nella sua visione…”. Erano segnali della fine dell’inverno,

anche se appena iniziato? Oppure il frutto dell’immaginazione

del nobile? Il maresciallo, continuando con quelle

stupide manie investigative, aveva sorvolato le fantasticherie

del nobile per non mettere in imbarazzo nessuno dei presenti.

“Quando vi siete ritirati, conte Alfredo, nel casino di

caccia su al Montescuro?”. Il conte sembrava riflettere lontano

dalle noie terrene e poi con quel distacco ascetico che

hanno i monaci di un ordine di clausura, si era espresso:

“Probabilmente alle prime ombre della sera. Non so, le quattro

o le cinque…”. “Si ricorda se, il dottor Montini ed il notaio

Ricarolis, erano con lei?”. Ci fu un attimo, che era sembrato

interminabile, di silenzio. “Sinceramente non ricordo…”,

rispose dubbioso. “Forse sono arrivati dopo una mezz’ora,

un’ora al massimo credo…”. Che importanza potevano

avere per lui questo ripetere fatti avvenuti? Il conte si era

adagiato sulla sedia in una posizione più consona al suo

lignaggio, mentre, stancamente e rassegnato, aveva subito

l’inevitabile intervento del dottor Diotallevi, che, vicino a lui,

aveva ripreso ad agitarsi freneticamente. “Maresciallo, non

le sembra di aver calcato un po’ troppo la mano? D’aver

abusato della pazienza del conte di Montebello?”. “No,

Giulio”, era intervenuto il nobile poggiando una mano sulla

spalla del sovrintendente. “Il maresciallo fa soltanto il suo

dovere”.

Il conte portava una elegante giacca di velluto chiaro,

mentre il soprabito, sempre chiaro, lo teneva fra le mani il

dottor Diotallevi. “Grazie, signor conte!”, disse il maresciallo.

Da parte sua c’era ammirazione per il nobile, per

quel modo che aveva di porsi davanti agli eventi. “E lei,

notaio Ricarolis? Pensavo che partecipasse di più; la trovo

alquanto, e non è la prima volta, silenzioso. Vorrei che rilasciasse

la sua versione dei fatti, sempre a proposito di quel

giorno”. Era rigida compostezza, quella che sembrava

ostentare il notaio Ricarolis? O, piuttosto, il dominio delle

umane passioni? Nel frattempo, però, la parola che usciva

dalla sua bocca non trovava ostacoli al suo cammino. “Una

brutta giornata, nebbia dappertutto e poche tracce di animali

di passaggio nel bosco e per noi cacciatori è un brutto

segno”. Il notabile ripeteva il compitino a memoria già

ascoltato dal nobile di Montebello. “Che vuol dire, notaio

Ricarolis?”. Anche se già conosceva la risposta, lo voleva

tenere sulle spine, perché troppo odiosa era la sua supponenza

delle cose. “È talmente lampante che mi meraviglio di lei,

maresciallo!”, aveva risposto, il notaio, deridendolo. “Beato lei

che si meraviglia ancora di qualcosa… è da parecchio che

non mi meraviglio più di nulla… Comunque se ha la cortesia

di spiegarci, da parte mia ho la pazienza d’ascoltarla”. Il

maresciallo lo guardava sfidandolo. “Poche tracce, niente

selvaggina”, anche il suo sguardo era fisso verso il militare.

Rimasero così per alcuni secondi che ai presenti sembrarono

lunghissimi. Alla fine, per uscire dal vicolo cieco in cui

si era cacciato e che era certo che non lo avrebbe portato a

nulla, lo salvò l’ironia che possedeva innata: “E lei, dottor

Ricarolis così abile con il fucile, con quella bruma grigia,

doveva essere noioso girare a vuoto… Senza una meta per il

bosco… Forse, se vuole, potrei ricostruire quello che avrebbe

potuto fare con il tempo a disposizione. Mi ascolti, se

vuole…”. “Volentieri”, gli rispose in tono spocchioso.

Attese ancora qualche attimo prima di iniziare a parlare,

il tempo per accorgersi che tutti lo stavano guardando

interessati. “Si sarebbe potuto allontanare e, in una buona

mezz’ora di buon passo, raggiungere la Grande Quercia e

qui, dopo aver dato un appuntamento al compagno Olmo,

compiere quello che tutti sappiamo e ritornare, giusto in

tempo, per ritirarsi nel casino di caccia del conte e crearsi un

alibi attendibile…”. Il notaio si manteneva freddo, lucido

come al suo solito, nel suo gessato color fumo di Londra,

nonostante la gravità delle accuse che gli erano state fatte.

“Le sue sono soltanto insinuazioni”, non una parola di quello

che diceva era fuori posto, “frasi senza un senso, buttate

a caso… Conosco un certo modo investigativo, quando non

arrivano determinati risultati, che cerca di formulare ipotesi

di colpevolezza senza possedere le prove… perché lei non

ha nemmeno uno straccio di prova”. Il graduato, per nulla

colpito dalla realtà delle parole - era vero che non aveva

niente tra le mani e che doveva arrampicarsi sulla parete

liscia di una montagna – aveva proseguito l’interrogatorio in

corso, coinvolgendo, nuovamente, il sindaco di Montebello.

“Anche lei, dottor Montini, avrebbe potuto compiere l’azione

delittuosa poco fa esposta per il notaio Ricarolis e ritornare

per la sera al casino di caccia. Come abbiamo appreso

dal conte, potevate entrambi allontanarvi dalla zona in cui

eravate e tornare in paese… E poi, lei in particolare doveva

preparare il programma elettorale… non è vero, dottor Montini?”.

Differentemente dal suo compare, il notaio Ricarolis, il sindaco

Montini viveva quei momenti cercando di nascondere

gli attacchi di panico, che gli facevano tremare la postura

del corpo, mentre seduto, poco cavallerescamente lungo

disteso sulla sedia, rispondeva al militare.” Se la sentissero

gli abitanti di Montebello”, cercava con gli occhi il conforto

dei presenti. “Ma le sembra che io possa sacrificare tanti

anni della mia vita politica per compiere un delitto. Sarei un

folle se facessi questo!”. “Be’, dottor Montini, se vogliamo

essere un po’ maligni, in fondo il compagno Olmo era o non

era un suo avversario politico? Un consigliere comunale

dell’opposizione. Chissà quanti bastoni tra le ruote ha dovuto

sopportare. Non era la memoria storica del paese, come mi

ha riferito don Alfio allo spaccio?”.

Tutti, tranne il conte - perso nelle sue riflessioni – si

erano rivolti a don Alfio come per chiedergli ragione delle

parole del graduato. “Ed invece in questo modo”, proseguì

il maresciallo, “mi perdoni ancora, con quello che avrebbe

potuto fare, come si dice spesso ha salvato capra e cavoli”.

“Lei dimentica”, gli rispose risentito. “La storia del mio partito.

La nostra tradizione democratico-cristiana ed i suoi

valori di tolleranza e di libertà che mal s’accordano con

l’eliminazione fisica degli avversari politici, cara ad un

certo periodo storico”. Il riferimento del sindaco al fascismo

era del tutto evidente.

L’indagatore sembrava non preoccuparsi della manfrina

del primo cittadino, che aveva il sapore di un proclama

da campagna elettorale, ed aveva cambiato il suo raggio

d’azione. “Per lei, notaio Ricarolis, il movente può essere

più complesso. Forse incomprensioni personali, malumori

del passato mai sanati ed esplosi improvvisamente… Io

parlo in questo modo, ma non vorrei passare per un uomo

che possa giustificare un atto contro natura, qual è un omicidio…”.

“Le ripeto, le sue sono soltanto congetture”, gli

rispose, il notaio, odiosamente. “Che non hanno nulla a che

vedere con la realtà che stiamo vivendo”. Non si amavano e

la cosa era del tutto evidente, se avessero potuto si sarebbero

azzuffati in barba alle consuetudini sociali. “Di quale

realtà sta parlando, dottor Ricarolis? Io conosco soltanto la

realtà dei fatti e questa parla di due abitanti di Montebello

che si sono uccisi o che, più probabilmente, sono stati uccisi

e da chi e per quale motivo sono, come si dice, le due realtà

che a noi interessano al momento”. “Lei si ostina a ricercare

il mostro tra di noi”, ormai era un duello tra loro due. “Lei

pensa che qualcuno di noi possa arrivare a tanto”.

Teneva le braccia allargate e si era rivolto ai presenti.

“Non le sembrano ridicole le sue congetture? Sarei contento

che la sollevassero dall’incarico…”. “Sono molti a provare”,

gli rispose a tono il graduato, “questo sentimento, notaio

Ricarolis”. Il suo sguardo si era rivolto sfacciatamente al dottor

Montini ed aveva proseguito: “Ma, purtroppo per voi,

sono ancora il titolare dell’inchiesta e questo fino ad ordine

contrario con pace vostra…”. Dopo una pausa di silenzio che

gli aveva dato la possibilità di riflettere e che era pesata come

un macigno sui presenti, aveva ripreso: “Riccoboni!”. “Sì,

maresciallo!”, gli rispose il sottoposto. “Ci sei?”. “Eccome

se ci sono!”. Non era una risposta che si confaceva alla natura

dell’appuntato, evidentemente anche lui si era lasciato trascinare

da quel via vai d’emozioni. Il maresciallo si schiarì la

voce, che si era improvvisamente arrochita, per poi riprendere

il filo logico del suo ragionamento. “Quindi, dottor Montini

e notaio Ricarolis, sottoscrivete la versione del conte Alfredo?”.

Risposero, nella apparente comunione degli intenti, i due

servi del conte: “Certamente!”.

martedì 3 maggio 2011

Le Nebbie del Passato – terza parte


Eccoci alla terza puntata, dopo la prima e la seconda dei giorni scorsi.


Buon divertimento


…ma qualcuno che lo commenta? Devo fare tutto io?


“Abbiamo calcolato con l’appuntato Riccoboni almeno una

ventina di minuti a cammino veloce”, mentre parlava aveva

scambiato un cenno d’intesa con il sottoposto. “Quindi,

facendo coincidere i tempi, ha chiuso lo spaccio intorno alle

otto e quaranta e nei venti minuti successivi ha scoperto il

compagno Olmo cadavere ed è corso al frantoio e qui c’ero

anch’io con il mio carico d’olive e posso testimoniare il suo

alibi, insieme ad almeno la metà degli abitanti di Montebello.

Erano le nove in punto, don Alfio. Tutto perfetto… Il suo

racconto ha una sua logicità, non c’è che dire”. Il silenzio che

avevano creato le parole dell’investigatore, fu rotto dal tentativo

di don Alfio di darne sostanza. “È andata proprio così,

maresciallo, la nebbia… Il freddo… e poi… poi il compagno

Olmo… Alla vista di quello spettacolo, maresciallo, sono

scappato come se fossi inseguito dal diavolo… Avevo

paura… Una paura che mi ha fatto perdere la testa…”.

“Tutto comprensibilissimo, don Alfio… Mi scusi”. Adesso si

era rivolto all’appuntato: “ Come va Riccoboni? Hai trascritto

tutto o sei rimasto indietro?”. “Perdere la testa… Sì, maresciallo!”.

La macchietta dell’appuntato continuava a scrivere

sul foglio che aveva davanti. “Be’, don Alfio”, continuò il

maresciallo, “se vuole, potremmo cambiare il procedimento

logico. Compiere un percorso che, cambiando le verità che a

noi sembravano accertate, potrebbe portare a conclusioni del

tutto inaspettate…”. “In che modo, maresciallo Leonardi?”,

chiese l’oste sempre più a disagio, mentre sudava copiosamente.

“È molto semplice, don Alfio!”. Stava dominando la

scena una spanna sopra gli altri. “In fondo avrebbe potuto

incontrare il compagno Olmo, che so vicino allo spaccio,

prima d’iniziare la serata lavorativa. Quel tardo pomeriggio

il freddo era intenso e poi con quella nebbia, chi non era al

frantoio difficilmente avrebbe potuto trovarsi in giro… E così

senza testimoni che la potessero riconoscere, mi scusi, mi

permetta l’impudenza, avrebbe potuto convincerlo a seguirlo,

non so con il pretesto più banale, verso la Grande Quercia…

Un posto isolato, lontano dal centro abitato, lontano da sguardi

indiscreti, e da qui, dopo averlo drogato…”. I presenti si

erano rivolti a lui stupefatti. “Sì, signori, il compagno Olmo

è stato drogato”, aveva continuato. “Vi meraviglia tanto?”.

Di nuovo quell’insopportabile vociferare di sottofondo.

“Signori, per cortesia! Cerchiamo di collaborare”.

L’atmosfera sospensoria aveva fatto da cornice alle sue

parole. “Dicevo”, aveva ripreso, “dopo averlo drogato, don

Alfio, avrebbe potuto legarlo ad un cappio e lei possiede una

struttura fisica non indifferente… Come si dice, scusatemi il

francesismo, le fisique du role…”. Il proprietario dello spaccio

sbuffava e s’agitava, mentre seguiva la ricostruzione che

il maresciallo con tanta solerzia stava facendo. “E poi tornare

allo spaccio”, aveva proseguito imperterrito. “Iniziare la

serata lavorativa, come se nulla fosse, per poi ritornare in un

secondo tempo, dopo aver vestito i panni dell’assassino, ed

inventare la messinscena del ritrovamento del cadavere, al

frantoio. Don Alfio, non le pare plausibile? Con un po’ di

fortuna le poteva andare tutto per il verso giusto”. L’oste si

era alzato furioso in volto e, brandendo la mano piegata a

pugno, gli si era rivolto, mentre l’uomo in divisa, tranquillamente,

ne studiava le mosse. Nel medesimo istante in cui

aveva avuto quella reazione scomposta, comprese che la

medesima non lo metteva nella giusta luce di fronte al militare

e per riparare i danni che pensava d’aver procurato alla

sua immagine se ne uscì con un maldestro tentativo di portarselo

dalla sua parte. “Un amico, un vero amico per me il

compagno Olmo; non avrei mai potuto, soprattutto per quel

sentimento di riconoscenza che mi legava a lui e il rispetto

che gli deve l’intera comunità! Colpirlo avrebbe significato

abbattere un simbolo della resistenza!”. Parlava come un

libro stampato, ma non era lui, si aveva la sensazione, come

prima, che le sue risposte fossero coscientemente studiate;

quel parafrasare la vita della vittima mancava di spontaneità,

cosa che era una prerogativa del proprietario dello spaccio,

quando non si sentiva minacciato dalle circostanze. Perché,

don Alfio, si comportava in quel modo? Cosa aveva da temere,

se possedeva, come voleva far intendere lui, la coscienza

pulita? Che fosse un tipo emotivo e scosso da quanto successo

lo aveva compreso fin dal primo momento al frantoio

delle Tre Croci, ma perché mostrare un atteggiamento sulla

difensiva ad un uomo che era vero che lo incalzava, ma lo

faceva perché era quello il suo mestiere? Al maresciallo

non rimase altro che continuare per il percorso intrapreso.

Una sorta di cammino pieno di curve e tornanti. “Non si

preoccupi, don Alfio, le mie sono solo supposizioni, per

fortuna sua, non avvalorate dalle prove”. Il notaio Ricarolis

ed il dottor Montini, entrambi in attesa del loro destino

interrogatorio, si scambiarono sguardi preoccupati, mentre

il dottor Diotallevi, nel frattempo, non aveva smesso di tallonare

da presso il conte che giocherellava, distrattamente,

con i polsini della camicia. La fiamma del camino, che

aveva perso il dinamismo di poco prima, indugiava nella

ricerca vitale di un ciocco di legna. “In effetti, don Alfio,

c’è un punto che gioca a suo favore”, aveva continuato. “Ed

è il movente. Ogni assassino deve avere un movente, anche

il più insensato, ma deve avere un movente. Questo ci dice

la casistica criminale nella quasi totalità dei casi, ma per lei,

don Alfio, nonostante mi sforzassi, non ho trovato una ragione

plausibile. Mi sono chiesto: perché organizzare tutta questa

sceneggiata? Cosa aveva da nascondere agli occhi del

compagno Olmo? Ma soprattutto, cosa aveva da temere da

lui? Non era un cliente dello spaccio? E per lei, don Alfio,

come so bene, non mi ha parlato l’altro giorno di quei operai

che a pranzo e a cena l’interessavano con la prospettiva di

lauti guadagni, il lavoro è tutto! Non ne conviene?… E poi,

come dirò più tardi, lei, don Alfio, in un certo senso mi ha

aiutato a far prendere un indirizzo alle indagini ed è stato un

aiuto di non poco conto!”. A quelle parole, che avevano tutta

l’intenzione di liberarlo dai sospetti, era ricaduto spossato

sullo schienale della sedia, cercando, nel limite del consentito,

di ricomporre a decenza la sua persona. Il maresciallo

ne aveva approfittato per avvicinarsi al camino, che ormai

viveva del calore della brace, e gettarci dentro i piccoli ciocchi

di legna che aveva preparato per quella evenienza; per

poi riprendere a parlare con fare da attore consumato nell’ansia

e nel timore dei presenti. Però, preso dalle sue elucubrazioni,

s’era dimenticato del buon appuntato che, in

disparte, continuava l’esercizio della scrittura. “Riccoboni,

evita di trascrivere le mie considerazioni, seppure interessanti,

sono solo considerazioni”. Il sottufficiale non sembrava

proprio convinto. “Certo, certo maresciallo”, gli rispose,

mentre con la coda dell’occhio, il maresciallo, lo aveva visto

cancellare qualcosa dal foglio di carta che aveva davanti.

“Allora, riprendiamo Dottor Montini?”, decise di continuare

sempre sullo stesso tono. Era una smorfia quella che, adesso,

vedeva rivelarsi sul volto del sindaco? Il primo cittadino

si era aperto la giacca, rigorosamente blu, che portava

sotto il cappotto di lana pesante. L’atmosfera si era surriscaldata

anche per lui? Ma era singolare che ciò accadesse

proprio nel momento che aveva fatto il suo nome. “Lei, dottor

Montini, si è presentato come l’amico di tutti e questo fin

dall’inizio mi ha colpito molto. Amico del compagno Olmo,

non avete combattuto insieme nella resistenza? Amico del

notaio Ricarolis e del conte Alfredo; le vostre battute di caccia

sono famose! Tutti ne parlano in paese e poi l’amicizia,

anche negli affari, con il compianto commendatore Ernesto

Almiranti. E probabilmente anche di Nino Botti, ma per lui

non è che ci voleva tanto, non era l’amico di tutti in paese?

Non le pare, detto fra noi, d’avere le mani in pasta un po’

dappertutto?”. Il sindaco, che aveva tentato di difendersi dal

primo momento con un paludoso formalismo da facciata,

cercando d’allontanare il benché minimo sospetto dietro gli

interessi della comunità, se ne uscì con: “Cosa c’entra con

la morte del compagno Olmo? E poi con l’amicizia con il

povero Ernesto Almiranti? Questo fa parte della natura e del

carattere delle persone e, mi scusi, non credo che sia un

reato?”. “Certo, signor sindaco, non è una colpa, ma, se lei

mi permette, una constatazione che potrebbe arricchire,

come la cornice di un quadro, l’opera di un pittore…

lunedì 2 maggio 2011

Le Nebbie del Passato – seconda parte

Dopo la prima parte pubblicata ieri, ecco la seconda parte del capitolo 19 del romanzo le nebbie del passato.

Il comandante di Montebello contemplava, come ricordava

il giornalista nel suo articolo, il classico metodo investigativo;

una sorta di scuola ricevuta nell’esperienza degli

interrogatori che, nel caso specifico in cui era impegnato,

consisteva nel mettere a confronto, uno di fronte all’altro, i

sospettati nel tentativo di creare discrepanze negli alibi; una

tattica concepita per farli cadere in contraddizione, che spesso

aveva dato dei buoni risultati. Era un colpo necessario,

prima dell’affondo decisivo, che nella peggiore delle ipotesi

avrebbe potuto aiutarlo a dimostrare che il suo intuito stava

seguendo la pista giusta. C’era, infine, da considerare che

tutto questo prodigarsi nelle indagini si potesse trasformare

nient’altro che in un buco nell’acqua, ma, perso per perso,

bisognava pur tentare; ma questa è l’ultima delle possibilità

che un buon investigatore deve tener presente. Una sorta

di ottimismo nelle indagini non guasta mai, è quasi d’obbligo!

“Maresciallo, il dottor Fortini al telefono!”, lo aveva

richiamato l’appuntato dal piano terra. “Passami la linea in

ufficio”, rispose rassegnato. Non c’erano dubbi che una

telefonata a quell’ora del mattino non poteva essere altro che

una conseguenza della pubblicità dell’articolo di giornale

che doveva aver dato fastidio non solo ai suoi superiori. E

come volevasi dimostrare: “Sì, sono il maresciallo Leonardi.

Buongiorno, dottor Fortini… Sì, l’ho letto. Che idea mi sono

fatto? Detto tra noi, un articolo sensazionalistico che cerca di

gettare discredito sul nostro lavoro. Come si dice: molto

fumo e poco arrosto. Nell’uso dell’attuale giornalismo, confezionato

ad arte per influenzare l’opinione pubblica. Per le

indagini, al momento, ci potrebbero essere degli sviluppi, ma

è presto non vorrei sbilanciarmi data la delicatezza della

situazione. Sì, le elezioni… Sì, lo so, da Roma… Se ci saranno…

Certamente, dottore… Come, non si è ancora ripreso?...

è sicuramente una freddura più fastidiosa del solito…

D’altronde anche a me… Quando si sentirà meglio, verrà a

trovarmi?... Sì, grazie dottor Fortini… Grazie, ancora!”. Era

il rincorrersi delle responsabilità che, per via gerarchica,

aveva da sempre interessato le forze dell’ordine e a maggior

ragione in quel frangente da clamore mediatico.

“Riccoboni, per favore”, si rivolse all’appuntato dalle scale,

“ho bisogno di riflettere! Da questo momento in poi non ci

sono per nessuno… Don Alfio, lei è in anticipo!”, si era trovato

davanti all’oste dello spaccio che aveva fatto capolino

ai piedi della scala che portava al suo ufficio. “Pensavo di

sbrigarmela in poco tempo… Maresciallo, oggi c’è il mercato

e…”, gli rispose, giustificandosi. “Sì, lo so, ma dobbiamo

aspettare anche gli altri. Un po’ di pazienza, è quasi ora, a

tra poco, don Alfio”. Richiuse nel rumore della porta a vetri

l’ufficio.

La fiamma del camino, grazie al lavoro paziente del

maresciallo Leonardi, sembrava riprendere vigore dalla

cenere della notte e rincuorare le tanto attese speranze di quel

mattino, che, per il graduato, avevano il sapore della rivincita

personale. L’orologio a pendolo dei monaci benedettini,

che rintoccava ogni quarto d’ora, segnava quindici minuti

alle dieci. “Riccoboni”, chiamò di nuovo il maresciallo.

Sempre dalle scale gli rispose l’appuntato: “Sì, maresciallo?”.

“Portami due sedie!”. E in risposta dal sottoposto ottenne:

“Sono arrivati il dottor Montini ed il notaio Ricarolis.

Che faccio, possono salire?”. “No, Riccoboni! Non è ancora

il momento! Mi fai sempre ripetere le stesse cose!

Aspettiamo, almeno fino alle dieci, il conte Alfredo”.

“Maresciallo!”. Lo spilungone dell’appuntato si era avvicinato,

risalendo impacciato le scale, fino a fermarsi davanti

alla porta del suo ufficio e aveva accennato: “Stanno bisbigliando

tra loro… e…”. “Non ti preoccupare, lascia fare”, gli

rispose sottovoce. “Si devono cuocere nel loro brodo”.

“Cosa, maresciallo?”. “Si devono cuocere… lascia perdere…

Falli aspettare!”. Ancora il clamore della porta che,

sbattendo, aveva fatto cadere un quadretto con una carica di

carabinieri a cavallo, prontamente raccolto e messo al suo

posto dall’appuntato.

L’orologio a pendolo dei frati cistercensi rintoccava

un’ora dopo le nove. L’odore della cravatta, pulita ed inamidata,

che consegnava al maresciallo la memoria di felici

ricordi dell’ultimo incontro a palazzo Almiranti, ebbe il

potere di distrarlo, momentaneamente, dal suo gravoso

compito.

Il rumore delle sedie ed i convenevoli tra persone giù

da basso, diedero la conferma dell’arrivo del conte che, nel

rispetto della puntualità, aveva spaccato l’ora dell’orologio.

Ancora una volta dalle scale si era sentita la voce dell’appuntato:

“Siamo al completo, posso farli salire?”. “Sì, adesso sì”.

“Signori, il maresciallo vi attende nel suo ufficio!”, si sentì la

voce dell’appuntato, inaspettatamente perentoria, dal basso. Il

primo a far gioco nel movimento delle scale fu il conte, tallonato

dal dottor Diotallevi che si frapponeva, a protezione, tra

il signore e quella strana processione; dietro, gomito a gomito,

il sindaco Montini ed il notaio Ricarolis, che continuavano

la conversazione personale, di cui non abbiamo notizia; ed

infine, a degno corollario, don Alfio con, sotto il pastrano, la

camicia da lavoro che ne infagottava la figura; in coda, l’appuntato

Riccoboni con il suo passo dinoccolato che slittava, a

due a due, sugli scalini - e che portava le sedie mancanti per

far mettere seduti gli ospiti - chissà perché, per lui, sempre

sdrucciolevoli. Il maresciallo, che si faceva ammirare in piedi

davanti alla scrivania con le braccia incrociate dietro la schiena,

seguiva il comporsi della scena.

La legna umida, che scoppiettava nel camino, dava

quel tocco di piacevolezza alle fredde mura dell’ufficio.

Le nuvole ad oriente avevano completato il percorso

sopra il paese di Montebello. La piazza, era il giorno del

mercato, si animava delle bancarelle e delle grida degli strilloni

da banco che reclamizzavano il loro commercio. Nel

frattempo, il maresciallo sempre in piedi, aveva cercato di

regolare i movimenti. “Conte, prego sulla destra. Sì, sotto la

finestra… Avrà più luce!... Dottor Diotallevi, qui accanto al

conte… Prego, dottor Montini… Sì, vicino al camino, si

sentirà al caldo… Notaio, grazie… e lei, don Alfio… Sì, lì

può andare bene!... Grazie…”. Gli ospiti avevano seguito,

senza proferir parola, quella buffa attribuzione di sedie.

Riccoboni, che si era sistemato in un angolo della stanza

dove si trovavano un banchetto ed una sedia - minuscole per

le sue proporzioni - controllava che tutto fosse al suo posto.

Sopra quel ridicolo perimetro, un calamaio, una penna e fogli

bianchi immacolati facevano bella mostra davanti all’adunanza

pronta a formalizzare le dichiarazioni. Troppo lontano

da Montebello si trovavano le moderne facilonerie del

Comando provinciale; ogni luogo si doveva arrangiare con

quello che aveva, e questo possedeva il Comando di

Montebello. “Signori, innanzi tutto, vorrei scusarmi”, aveva

iniziato a parlare il maresciallo, “per l’ora insolita e capisco

che ognuno di voi ha dei doveri da compiere nella nostra

comunità, ma…”. Quel discorsetto recitato a braccio, che

poteva sembrare un inutile panegirico, lo aveva preparato da

giorni ed era un tentativo per distendere gli animi, che, da

subito, erano parsi, logicamente, contrariati. Non si trovavano

alla presenza di un pubblico ufficiale? E per giunta, un

maresciallo dei carabinieri? A chi non avrebbe pulsato il sangue

nelle vene, anche se innocente? Un brusio da commento

si era librato nell’aria. E poi la voce, pungente, del notaio

aveva catturato l’attenzione. “Mi auguro, maresciallo, che

avrà le sue buone ragioni…”. “Me lo auguro anch’io! Il conte

stamane attendeva degli ospiti, una delegazione della araldica

ufficiale, per discutere, ascolti bene, le linee di discendenza

del casato. S’immagini l’importanza!”. Era il portavoce

della nobiltà, adesso, a dispensare pillole di saggezza. “E le

elezioni? Vogliamo trascurare un capitolo importante della

società. Stiamo preparando il palco per il discorso d’apertura

della campagna elettorale del senatore Tagliaferri. Viene ad

esporre il pensiero del governo di Roma”. A parlare era quell’ipocrita

del sindaco Montini che, con le gambe incrociate,

s’ingegnava a gettare benzina sul fuoco; ma con il maresciallo

Leonardi si correva il rischio di rimanerne scottati. “E lei,

don Alfio, non ha nessuna rimostranza…”, chiese ironicamente,

il titolare dell’inchiesta per stemperare il risentimento

che stava covando nell’ufficio, “…da far valere? Dato che

tutti si sono lamentati non vorrei che a lei tutto questo

andasse bene”. “No, nessuna, ma spero che per l’ora di pranzo

sia tutto finito. Oggi è la giornata del mercato…”, rispose,

guardandosi intorno come se avesse bisogno di conferme;

era uno sguardo pieno di dubbi. “E giustamente gli affari

sono affari, non è vero, don Alfio? Adesso”, le problematiche

di don Alfio le aveva rivolte ai presenti, “non vi preoccupate;

vedrete che finiremo molto presto, ma per questo è necessaria

la vostra collaborazione…”. Poteva interpretarsi come

una minaccia? Possedeva il nome del colpevole e sapeva

come smascherarlo? Oppure il suo era, in realtà come doveva

essere, un invito a esprimere serenamente la versione dei

fatti? Il mondo si può rappresentare dai più diversi punti di

vista, anche se, apparentemente, alla maggior parte delle persone

sembra uguale.

“Iniziamo… vediamo… Sì, da lei, don Alfio… Dunque…

Scusate, signori!”, aveva interrotto il fastidioso mormorio di

sottofondo. “Sei pronto, Riccoboni?”. “Sì, maresciallo!”.

Teneva la penna, il povero appuntato, come uno scolaro

della prima classe intento a scrivere un dettato. Il

Comando provinciale, ed era una vergogna, non aveva ancora

inviato una decente macchina per scrivere su cui esercitarsi;

ma comunque non era un valido motivo per poter fermare

il corso di una indagine. “Dunque, don Alfio, erano le

nove di sera quando ha scoperto il cadavere del compagno

Olmo?”. Era riuscito, finalmente dopo ripetute interruzioni,

ad arrivare alla domanda cruciale che voleva fare. Il conte,

dalla posizione privilegiata in cui si trovava, sembrava disinteressarsi

alla conversazione ed indugiare, distratto, con lo

sguardo fuori sulla piazza che, nonostante il gelo di quel

giorno, era stracolma di paesani. Il dottor Diotallevi, al contrario,

si mostrava risentito con quell’atteggiamento sulla

difensiva che, ormai, era diventato una espressione del viso

tanto ne aveva abusato e che doveva dar fastidio al nobile

stesso. Il dottor Montini ed il notaio Ricarolis, uno accanto

all’altro, sembravano prendersi gioco dell’appuntato che,

sottovoce, era intento a ripetere ciò che scriveva.

Don Alfio, così corpulento, sudava al calore del camino

che bruciava nella fiamma viva di un grande ciocco e

forse non solo per quello. “Sì…. Erano le nove di sera, maresciallo”,

rispose timidamente. “Perché ne è tanto sicuro, don

Alfio?”. La risposta del proprietario dello spaccio, che era

nell’aria, trasmise l’idea che il suo pensiero fosse costruito a

priori. D’altra parte era la domanda che il maresciallo doveva

inevitabilmente fare proprio a lui che era stato lo scopritore

del cadavere del compagno Olmo. “C’era stata poca

gente quella sera allo spaccio. Abbiamo chiuso molto presto…

Lo può testimoniare la signora Maria che mi ha aiutato

a fare la chiusura prima di andare a casa e, siccome avevo

tempo, ne ho approfittato per andare, prima del solito, al

frantoio… Avevo un appuntamento per il giorno dopo, ma il

destino ha voluto che io quella sera non lavorassi…”. Il

ricordo dello spaccio, senza la signora Maria che serviva tra

i tavoli, tornò prepotentemente e con esso i dubbi sulla versione

che aveva dato don Alfio. “E poi, don Alfio, si è avviato

al frantoio di buon passo?”, riprese il maresciallo Leonardi,

dando per assodata la versione che aveva dato

Continua…

domenica 1 maggio 2011

Le Nebbie del Passato

Oggi vi propongo un libro di uno scrittore esordiente, Andrea Marchetti, originario dei Castelli Romani “Le Nebbie del Passato”, ne ho letto una parte e mi sembra molto carino, per cui ho deciso di pubblicarne un capitolo per farlo leggere anche a voi, e magari mi dite che ne pensate.

Recensione

copertina le nebbie del passatoIl titolo è esemplificativo della storia narrata, degli ambienti descritti e dei personaggi che caratterizzeranno questo libro ricco di suspance e di magia. Il filo rosso che lega la tram raccontata dall’autore è costituito dalla figura del protagonista, il Maresciallo Leonardi, “un figlio del popolo” come ama definirlo Marchetti, che trascorrerà la sua esistenza a fare i conti con un passato imbarazzante. Il passato di quella Seconda Guerra Mondiale che aveva distrutto gli ideali di almeno una generazione, che si riflette nel successivo dopoguerra, in quelle ferite morali e materiali che il Maresciallo Leonardi vede ancora aperte nella fase di ricostruzione che vive.

Trama

La vicenda si svolge tra le pietre di un paese antico, Montebello, un piccolo spazio fisico che, come i tanti piccoli paesi e borghi italiani somigliano al Paradiso Terrestre, collegato ai grandi centri e alla civiltà da un’unica strada provinciale. L’apparenza di un mondo tranquillo e la ritrovata vivacità di una comunità uscita distrutta dalla guerra, come avvenuto per tutta l’Italia, viene però squarciata dalle inquietudini del Maresciallo Leonardi, per un passato che non comprende e che sempre con più forza ruberà la sua anima per tutta la vita.

Sente, infatti, che oltre a questa apparente serenità, le nebbie che calano spesso sul paese simboleggiano quelle di un passato ancora tutto da indagare ed esplorare. Il rincorrersi delle giornate del Maresciallo Leonardi per fare luce sulle verità che la sua coscienza aspetta da tempo, scandiscono in un costante crescendo la sua ansia e la sua brama di arrivare alla conoscenza.

“Le Nebbie del Passato” è un noir, che indaga attraverso il suo protagonista sul ‘senso del peccato’, quasi a dare un significato profondo al ‘senso della vita’, all’andare oltre le apparenza del quotidiano, per scardinare pregiudizi e arrivare a capire, attraverso l’introspezione, che in fondo, molto spesso, dietro le storie degli uomini si celano arcani misteri che nessuno ha il coraggio di sfidare.

Capitolo 19
La trappola  - prima parte

“Correre, maresciallo…. Ja, schell… raus!... raus…

correre nell’acqua! Ja, tu morire!”. “Non ora!... Non adesso!...

Devo vivere!... Non voglio morire!”.

Parlava nel sonno, il maresciallo Leonardi, rispondendo

all’incubo che stava subendo. “No, tu morire invece…

Morire nell’acqua!... Morire... Morire con noi… ja,

achtung!... Achtung!”. Le immagini che gli dovevano passare

davanti dovevano essere spaventose e ne era una testimonianza

il modo drammatico con cui rispondeva, sovraeccitato,

nel sonno. “Mia madre… Devo … Devo correre da

mia madre!”. “Tu morire… … Tu morire”, faceva nell’incubo

il soldato in divisa militare della Wehrmacht che aveva

davanti. “Non voglio morire!... morire… aiut… Aiuto!”.

S’era svegliato, nella atmosfera gelata della camera da letto,

in un bagno di sudore; gli occhi erano cerchiati di nero pesto,

mentre la bocca aveva l’arsura che solo gli stati febbrili possono

lasciare. Il primo movimento che aveva fatto era stato

quello di allungare una mano, nel buio della stanza, per bere

dal bicchiere della notte, che si trovava vicino alla sveglia sul

comodino. Sentiva il calore delle febbri alte su tutto il corpo

e un groppo alla gola che, fastidioso, gli impediva di deglutire

regolarmente; ma soprattutto sentiva che era nella morte

di quei poveri soldati, che doveva essere stata cruenta, di

questo ne era certo, l’origine di tutti i suoi mali.

I rintocchi dell’orologio a pendolo dei frati benedettini

annunciavano che era trascorsa un’ora dopo le tre della

notte. Cercò disperatamente di riprender sonno nel caos di

patimenti fisici ed emotivi, che lo attanagliavano grandemente,

ma fu soltanto un agitar di lenzuola che lo tenne

impegnato fino al nuovo giorno.

Il freddo del mattino, l’addensarsi delle nuvole che

provenivano da oriente, minacciando sorprese e l’aver dormito

poco e male la notte erano segnali da malumore crescente.

Il trafficare dei mestieri, che avevano ripreso il loro

scandire giornaliero, dopo il giorno dei funerali di Nino

Botti, dava quel senso di ritualità al giorno. E quel procedere

stanco e svogliato che muoveva, nelle prime ore del mattino,

il graduato verso il Comando, ne suggerivano, agli abitanti

che lo incontravano, atmosfere familiari.

“Buongiorno, Riccoboni”, fece il maresciallo all’appuntato

che stava assorto nella lettura del giornale, il Gazzettino

Provinciale e che mostrava titoli sensazionali a nove colonne.

“Cosa è successo?, gli chiese curioso. “Deve essere certamente

qualcosa di importante dall’attenzione con cui leggi

e dal brusio di voci che ho avvertito qui davanti”.

L’appuntato gli rispose da sotto il quotidiano: “Parlano

di noi, Be’, di lei. È un articolo di quel Senzaluc…”. Ricominciava

il gioco del gatto con il topo. Chi era il gatto?

Il maresciallo Leonardi? Ma si era proprio sicuri di questo?

“Senzaluce, il giornalista che ci è venuto a trovare… Dammi

il giornale!”, lo chiese in modo categorico. “Ma avevo quasi

finito”, gli rispose sconsolato l’appuntato. “Te lo ridò tra un

attimo. Sono curioso di sapere cosa…”. Prese il giornale con

lo stesso impeto di un bambino che strappa il fazzoletto nel

gioco del ruba bandiera. Mentre leggeva, interessato, l’articolo

del giornalista che occupava l’intera prima pagina, gli

chiese: “Ci sono novità?”. “No, non mi pare”, gli rispose.

Ma non era convinto e lo si poteva supporre dall’espressione

non troppo decisa che aveva avuto.

Dopo aver riflettuto per qualche secondo riprese a parlare:

“Mannaggia… mi scusi ancora, maresciallo, ma mi sono

proprio dimenticato; se seguissi i consigli di mia moglie,

dovrei…”. Era la scenetta che aveva luogo, quasi, ogni giorno

al Comando. “La tua consorte ha la mia solidarietà!... Ma

vorrei conoscere la ragione della tua afflizione, se non ti

dispiace”. L’appuntato vedeva trasparire l’ansia dal suo

sguardo. “Bé, quella signora… La stessa dell’altro giorno…”.

Siamo sicuri che era proprio ansia? “Assunta… Assunta

Almiranti...”, fece con un filo di voce. “Sì, proprio lei mi ha

portato questo pacco e si è scusata per l’altro giorno e poi ha

proseguito dicendo… Aspetti, ecco…”. Teneva le mani sulla

testa per concentrarsi.

“Ecco cosa, Riccoboni?... Cosa?... è possibile che non ricordi

mai niente! Dovremo farti delle iniezioni di fosforo?”.

Era stanco di quel continuo mordi e fuggi che si prospettava

ogni qual volta che qualcuno si presentava al Comando.

Ma per fortuna la luce della ragione dava spazio alla parola.

“Ecco, mi sembra di ricordare che gli manda i saluti una

certa Donna…”. Ormai era al limite della sopportazione,

che poteva essere un punto oltre il quale non ci sarebbe più

stato il ritorno. “Maria… Donna Maria..”. “Sì, proprio lei!”.

Era uno sforzo di memoria il suo, che delle volte rasentava

il ridicolo.

Chiuso nel suo ufficio, il maresciallo, aveva iniziato a

leggere il giornale a voce bassa. “I due morti impiccati di

Montebello, non hanno ancora un colpevole”; l’articolo, a

carattere maiuscolo, iniziava con il seguente rigo di stampa.

“Il maresciallo Leonardi”, proseguiva nella lettura della

pagina ad alta voce, “titolare dell’inchiesta, non ha dato

risposte soddisfacenti alla comunità che, giustamente, ha

sete di verità. I suoi metodi hanno il sapore del vecchio

mestiere dell’investigazione e risultano del tutto inadeguati

alla complessità delle azione criminale che ha investito il

paese di Montebello. Noi tutti, a questo punto, invochiamo

una svolta da parte delle autorità competenti: che abbiamo il

coraggio di dare il ben servito a chi di dovere!”. La firma in

fondo alla pagina era quella di Matteo Senzaluce. Un

bel servizietto, pensò il maresciallo, mentre, rancoroso,

aveva gettato il giornale tra le fiamme accese del camino,

dimenticandosi che era il giornale dell’appuntato Riccoboni.

“Maresciallo”, l’appuntato l’aveva richiamato dalle scale.

“Sì, Riccoboni?”. “È arrivato don Alfio dello spaccio!”. “Sì,

fallo attendere”, gli rispose. Fortunatamente si era dimenticato

di chiedere la copia del giornale bruciato. Don Alfio era

giunto in anticipo, erano passate da mezz’ora le nove.

“Riccoboni, mi raccomando, devono salire tutti insieme”,

aveva puntualizzato il suo superiore.

Continua…